Per una giacca blu.

scritto da Michele 57
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Autore del testo Michele 57

Testo: Per una giacca blu.
di Michele 57


PER UNA GIACCA BLU.

È incredibile come taluni accadimenti, davvero apparentemente minimi, valgano poi a determinare l’intiero corso delle nostre esistenze; non intendo certo qui riferirmi alla figura, ormai persino retorica, di quel fatale “sì”, che sancisce l’esteriore suggello di un’unione matrimoniale (del resto, non mi sono mai sposato), ma, piuttosto, ad episodî di portata assai più modesta e di rilevanza, almeno in apparenza, ancor più irrisoria. Si tratta di particolari accidenti che, ne sono pressoché certo, se ben ci meditiamo, ciascuno di noi, sondando l’arca dei proprî ricordi, potrebbe con poco sforzo far riaffiorare nella memoria.

Nel mio caso, ad esempio, una buona parte dei miei destini è stata decisa da una giacca blu – che nemmeno mi apparteneva, né mi è mai appartenuta – indossata da uno sconosciuto. No, non temete, non si tratta dell’effetto di un obnubilamento cagionatomi dalla senescenza, ma, invece, di una precisa reminiscenza che, a scanso d’equivoci, procederò immediatamente ad illustrare.

Terminato il Liceo, si trattava di individuare una sede universitaria, presso la quale iscrivermi per proseguire gli studî. All’epoca, la mia città natale non era dotata di un ateneo e, quindi, dovetti immaginare dove potermi altrove trasferire; per mia fortuna, le finanze familiari mi avrebbero permesso di stabilirmi dove meglio mi sarebbe aggradito, purché non troppo lontano però, dal momento che i miei genitori facevano capire di non intendere del tutto perdere la propria facoltà di supervisione e di controllo sulla mia persona, anche se, per lo meno sino ad allora, la mia condotta aveva sempre seguito, ad onor del vero, un indirizzo passabilmente tranquillo ed assennato (il peggio di me, infatti, l'avrei manifestato solo successivamente).

Le grandi città non mi avevano mai attratto, nelle loro caotiche dinamiche strutturali e, quindi, immediatamente rimnunciai all'idea di trasferirmi a Milano, dove, pure, annoveravo svariati parenti; dunque, per esclusione, non mi rimase che volgermi all’alternativa di Pavia, una città, stretta fra Po e Ticino, posta quasi ai margini della Lombardia e che, sino ad allora, mi era stata del tutto sconosciuta; come era opportuno che fosse, colsi così l’occasione per recarmi a visitarla.

Partii in automobile da Varese, in una tersa mattina di ottobre, carezzata dai raggi di un sole che avvivava dei suoi baluginii le acque del lago ed aiutava a far spiccare, contro la volta azzurra del cielo, l’algido fondale immacolato delle Alpi già innevate. Sin dalla sera precedente, avevo individuato un itinerario che, escludendo le autostrade (che ho sempre detestato), si dipanava sinuoso verso la mia meta, traversando soltanto paesi e campagne.

Durante i primi chilometri, si aprivano a me gli scenari di zone già note, dove persino gli edifici e gli alberi sembravano quasi salutare cordiali, nell’augurarmi ogni fortuna per quella nuova avventura della vita che, pur tuttavia, ancora dovevo intraprendere. I nomi stessi dei paesi mi suonavano familiari, come a voler comporre una propaggine amica della mia stessa esistenza. Poco a poco, tuttavia, con un’impercettibile progressione, i panorami ed i toponimi cominciarono a pararmisi estranei, mentre le case e le cascine mi parevano assumere un aspetto vie più diverso e, infine, sopraggiunse la nebbia, a distogliermi da ogni altra riflessione che non riguardasse il modo di mantenere il veicolo sulla strada (ero oltretutto neopatentato).

Come avrei poi imparato, la nebbia costituisce un elemento pressoché consustanziale alla “bassa” (espressione che, dalle mie parti, stava a significare l’area geografica collocata più a Sud di Milano), ma, ai primi d’ottobre, veniva a rappresentare un evento rimarchevole per chi, come me, sino ad allora, aveva vissuto nell’Alta Lombardia, dove le caligini non comparivano più di tre o quattro volte l’anno e in inverno o, comunque, unicamente nell’autunno più inoltrato. Ad ogni modo, raccogliendo tutto il mio coraggio, proseguii eroicamente nel mio itinerario e, finalmente, raggiunsi Pavia.

Sotto quel cielo grigio, confesso che, nonostante i suoi ragguardevoli monumenti, la città non riuscì a destarmi una grande impressione, letteralmente assediata su ogni lato dalle fitte brume che mi avevano lasciato, soltanto appena prima di entrare nell’abitato. Ciò anche per il fatto di presentarsi alquanto meno ordinata e curata di Varese e, fra l’altro, nessuna delle poche donne che mi era capitato di poter incrociare in quella occasione aveva manifestato di possedere un’apparenza estetica di particolare avvenenza.

Mi recai, quindi, in visita alla sede storica dell’Università; ignoravo allora che la mia decisione non sarebbe dipesa né dalla fama dell'ateneo, né dalla bellezza delle sue corti, ma da un dettaglio talmente insignificante, da apparire persin quasi ridicolo. Il solenne impianto architettonico dell’edificio – quantunque all’epoca bisognoso di qualche restauro conservativo – costituiva certamente una testimonianza del suo glorioso passato, nella monumentalità dei suoi chiostri, delle sue statue, dei suoi busti e delle sue lapidi, ciò non di meno … l’elemento studentesco che lo popolava, e con il quale mi sarei dovuto per forza rapportare, proprio non mi pareva adeguato all’altezza dell’ambiente. Eravamo negli anni del “post -‘68” e, dunque, era tutto un pullulare di zazzere, barbe incolte, eskimo stinti, sciarpe rosse sdrucite e scarponi da escursione alpinistica aziendale. 

Nel momento in cui quasi mi ero determinato a non iscrivermi presso quell’ateneo accadde un fatto apparentemente da nulla: svoltando dal cortile principale in direzione della piazzetta del Teatro Anatomico, mi imbattei in uno studente che, vestito in maniera impeccabile, procedeva per il colonnato, indossando una giacca blu. A quel punto, ne dedussi che, assai probabilmente, non tutti gli studenti appartenessero a quella variopinta umanità che avevo appena osservato, ma che, al contrario, ci sarebbe potuto anche essere qualcuno, più composto, con cui forse intendermi e, così, presi la decisione di immatricolarmi a Pavia.

Quindi, per il solo fatto di frequentare l'università in giacca e cravatta, mi avrebbero fisicamente sprangato un paio d'anni dopo, ma questa è un'altra storia.

In ogni caso, senza quella giacca blu, quel particolare assolutamente irrisorio, il corso della mia vita sarebbe certamente stato molto diverso: non mi sarei mai imbattuto in quelle persone che ho poi conosciuto e che, in parte, mi sono anche divenute amiche e care compagne sulle strade dell’esistenza. Nemmeno avrei mai incontrato quel Maestro che mi ha indirizzato culturalmente, avviandomi nella carriera accademica. E, dunque, ora neppure sarei qui, a Gorizia, a scrutare dalla finestra le caligini di un Novembre inoltrato, così simili a quelle che calano su Pavia. In certo qual modo, sarei stato parimenti diverso da quello che sono; se in meglio o in peggio nemmeno oso immaginarmelo … 

Per una giacca blu. testo di Michele 57
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